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Archive for luglio 2012

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto…”

D’accordo questo è Ariosto ed io ho dichiarato di parlare de “il trono di spade”,ma gli ingredienti capaci di far sognare un lettore sono sempre gli stessi, nella capacità di uno scrittore di rimaneggiarli sta la nascita di una nuova succulenta ricetta.

Adoro il fantasy; sono una gran sognatrice, forse è per questo. Nell’addentrarmi tra le pagine di una nuova opera però sono spesso incerta, perché, quando si ha a che fare con questo genere letterario, nella maggior parte dei casi le opzioni sono due: o è un capolavoro o una schifezza, tanto per essere chiari.

Dopo la fine di Harry Potter e le recenti delusioni legate alle saghe di Eragon e Twilight, il primo originale quanto la versione esselunga dei biscotti Mulino Bianco , una buona idea condannata a morte per coma diabetico causa deviazione verso lo stile romanzi rosa Harmony il secondo, periodicamente vagavo guardinga tra gli scaffali fantasy della libreria senza avere il coraggio di socializzare con nessun nuovo tomo.

Indugia oggi, indugia domani, ecco che ti spunta una nuova e interessante serie tv: “Games of Throne”. Bene, devo ancora vederne una puntata. Perché? Perché sono una persona molto malata. Quando un film o uno sceneggiato sono tratti da un libro, sono impossibilitata a vedere senza prima aver letto.

E’ stato così che un giorno sono partita in missione verso la Feltrinelli, uscendone abbracciata al prezioso volume.

Sono uficialmente una persona felice. Martin mi ha sedotta, rapita, conquistata. Ho rischiato di compromettere l’intero andamento della sessione estiva all’università per aver fatto l’errore di cominciare la lettura durante il periodo di preparazione degli esami.

Il trono di spade anzitutto non è un fantasy a tutto tondo, il che lo rende adatto anche a chi non va matto per bacchette magiche e mondi incantati. Lo potrei definire come un romanzo di avventura avente una lieve componente sovrannaturale, non lo so. Quello che è certo è che il tono è più leggendario che magico.

Il vero centro di quest’opera sono le passioni umane, in particolar modo tutte quelle che si originano quando gli uomini, bambinoni megalomani che non sono altro, si mettono giocare al “gioco del trono”. La ricerca di potere insomma. Quale novità. Neanche quando diventiamo prodotti di fantasia riusciamo ad essere originali. Ma torniamo a noi.
Il trono di spade, stavo dicendo, non è tanto un fantasy, quanto un grosso seggiolone da re formato dalla fusione di tante e tante… (suspance) … Spade. Ebbene si. Nonostante l’intuibile scomodità (pare addirittura che qualcuno, sedendo con eccessiva naturalezza, ci abbia rimesso le penne), sono molti quelli che aspirano a poggiarvi regalmente il deretano per dominare sui Sette Regni. Risultato: guerre, tradimenti, complotti, alleanze… Prendetevi un momento per stupirvi.
A dispetto della piega ironica presa dal mio parlare, è un libro che merita di essere letto e, stavolta, sono seria.
Particolare l’impostazione strutturale data dall’autore: i titoli dei capitoli non sono costituiti da frasi riferite ad un qualche accadimento che andrà a verificarsi al suo interno, ma dai nomi del personaggio principale. In questo modo non vi è un singolo protagonista, ve ne sono invece molteplici.
Del resto nessuna grande storia si regge sulle gesta di uno solo. Cosa avrebbe fatto Frodo Baggins senza l’aiuto del fido Sam, o se gli altri membri della compagnia dell’anello fossero rimasti a Gran Burrone a prendere il sole, invece di compiere ognuno la propria missione? Sauron se lo sarebbe fatto flambé e sarebbe stato padrone indiscusso della Terra di mezzo. Pagine del libro? Trenta.
Parte della capacità narrativa di Martin sta nella pazienza che ha avuto nell’immaginare ogni dettaglio del mondo che ha creato e di popolarlo di personaggi dai caratteri complessi. Non solo: a tale mondo ha dato anche una storia, delle fondamenta per ciò che va a raccontare.
I buoni non solo solo buoni così come i cattivi non sono solo cattivi. Eddard Stark è un uomo d’onore, integerrimo, leale. Sua figlia Sansa è la prova che un buono stupido può far danno almeno quanto un cattivo intelligente. E ancora, Jon, figlio bastardo di lord Eddard, combattuto tra l’amore per la sua famiglia e la consapevolezza di non poter esserne completamente parte. Per citarne alcuni. Ognuno attore del grande dramma generale e allo stesso tempo di quello personale.
Del male l’autore ci offre ogni aspetto. Cercei Lannister è pura perfidia femminile: sottile, macchinatrice, falsa, manipolatrice. Suo perfetto complementare il fratello Jamie, brutale, violento, istintivo, insensibile. Lo ying e lo yang della crudeltà.
E Tyrion, terzo fratello, mai del tutto classificabile in una categoria piuttosto che nell’altra e per questo tra i più interessanti.
Probabilmente, se e quando un giorno dovessi decidere di rileggerlo, vi scoverò chissà quali difetti, ma, al momento, sono entusiasta e decisa a scoprire in che modo Martin sia capace di attorcigliare ulteriormente cotanto groviglio.

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Libreria, scaffale delle ultime uscite. Del 1700.
Si perché era nel 1782 quando De Laclos decise di creare un po’ di scompiglio tra i suoi compari della nobiltà francese con questo sua opera dai toni pungenti, attraverso la quale sbatte loro in faccia le proprie ipocrisie e la propria corruzione. L’autore da voce a fatti che tutti sanno verificarsi frequentemente, ma di cui nessuno parla. Perché? Perché non sta bene.
Il visconte di Valmont e la marchesa di Marteuil sono due libertini francesi. Sono stati amanti ed una volta annoiatisi della reciproca “compagnia”, decidono di restare amici, in quanto accomunati dallo stesso vivo interesse: il gioco della seduzione. Mosse da studiare con attenzione, regole ferree, giudici severi… L’intero romanzo stesso è niente meno che un grande gioco di seduzione.
E’ così che si confidano e consigliano in merito alle rispettive avventure. Essi sono complici nel dar vita a complessi intrecci amorosi, se, a suon di sonori colpi di tosse, così li vogliamo chiamare, alcuni dei quali li vedono come protagonisti diretti, altri solo come registi dall’esterno.
I giovani Cécile de Volanges e Raphael Danceny si trovano quindi ad essere come pedine nelle mani di questi signori in cerca di divertimento. Che volete, ognuno ha i suoi hobby. Poveri ricconi annoiati, un po’ di comprensione, per favore!
La forma è quella del romanzo epistolare, ovvero le vicende sono narrate attraverso le lettere che i vari personaggi si scambiano, accuratamente ordinate cronologicamente dall’autore, il quale peraltro dichiara di averle materialmente trovate e di aver voluto pubblicarle, ritenendole egli interessanti.
In tal modo pretende di dare veridicità ai fatti esposti e allo stesso tempo si mette al sicuro da eventuali critiche di natura linguistica. Furbone. Gioco simile a quello che del resto farà Manzoni una cinquantina d’anni dopo.
Cervellotici, perfidi… Perversi. Eppure non se ne può non ammirare l’intelligenza con la quale architettano i loro piani.
Piani dalle conseguenze tremende. Difficile immaginare quanto alcune relazioni possano veramente essere pericolose.

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Quando ho cominciato a leggere questo libro mi è subito venuta in mente Isabel Allende; non perché voglia mettere a confronto i due scrittori, ma perché dal primo istante si è travolti dalla potenza e dalla passionalità della letteratura latinoamericana, con la quale, fino ad ora, ero entrata in contatto soprattutto attraverso la penna magica (anche se di recente un po’ meno) della Allende.
E’ un tipo di scrittura fatta di immagini concrete e dirette fino alla crudezza, che chiama le cose col proprio nome senza bisogno di giri di parole. Eppure poetica.
Le vicende narrate sono sempre il risultato di una fusione di realtà e magia, talmente ben amalgamate da non saperne riconoscere il confine, per quanto apparentemente ovvio esso sia. La concretezza del linguaggio, da me or ora citata, è essa stessa responsabile di rendere credibile l’incredibile.
Passione e istinto sono i caratteri dominanti che scorrono nelle vene dei personaggi che popolano questo tipo di romanzi.
Ma veniamo a noi. Cent’anni di solitudine è la storia della stirpe dei Buendìa. Ciò che accomuna i membri di questa famiglia non è tanto il sangue, quanto il destino: la solitudine.
Boato di stupore, con un titolo del genere, nessuno se lo sarebbe mai immaginato. Ehm, chiusa parentesi.
Per quanto ogni nuovo nato si adoperi per disegnare la propria storia personale, per lasciare un segno del proprio passaggio, finisce col ritrovarsi in una stanza popolata solo di ricordi e fantasmi a tentare di decifrare il senso della propria esistenza, senza riuscire neanche in quest’ultima impresa. Le generazioni si susseguono in maniera tumultuosa senza che però vi sia segno di evoluzione.
Sarà l’ultimo dei Buendìa a trovare infine la chiave di lettura per decifrare le pergamene del vecchio zingaro Melquìades. Pergamene? Melquìades? Chi è mai costui? Accidenti, non ve lo posso mica dire io, quale sarebbe il gusto della lettura altrimenti?
Màrquez narra storie intense e drammatiche di uomini e donne infelici alla continua ricerca di qualcosa.
Non posso dire che sia entrato a far parte dei miei libri preferiti, le corde del cuore sono strane, non sai mai quale dettaglio le faccia vibrare più intensamente di altri. Credo tuttavia sia una di quelle letture fondamentali nell’arco di una vita.
Un testo da Nobel, come quello con il quale l’autore è stato premiato nel 1982.

Una cosa la devo aggiungere: la mania di chiamare i figli col nome del padre ogni tanto mi ha creato non poche difficoltà e qualche attacco di panico. “Oddio… ma di quale Aureliano stiamo parlando?!?!?”, è stata la mia frase topica per questa lettura. Concedendosi qualche attimo meditativo si riesce però a venirne a capo. Dato che però non sono stata la prima cervellona ad incappare in questo problema, su internet sono facilmente reperibili meravigliosi e utilissimi alberi genealogici della famiglia.
Detto ciò, chiudo quest’ultima parentesi, con la quale mi sono abilmente rovinata il finalone ad effetto, e con essa anche il mio commento a quest’opera.

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Perplessa. E’ così che, questa volta, mi ha lasciata il mio adorato Stefano Benni. Perplessa però non vuol dire delusa. Il libro infatti mi è veramente piaciuto; c’è, tuttavia, qualcosa di diverso rispetto al solito nel suo modo di scrivere, è meno ridanciano e più arrabbiato. Pur conservando la sua meravigliosa e tagliente ironia.
Margherita è, come lei stessa si definisce, una “bambina in scadenza”. Ha quasi quindici anni, è nel pieno di quel periodo dannatamente confuso che comunemente definiamo adolescenza, perciò si trova ad affrontare già i problemi dei grandi, ma conserva ancora il dono della fantasia e soprattutto quella semplicità nel guardare le cose che permette ai bambini di vedere che l’imperatore, in realtà, è nudo. Cosa c’entra la favola de’ “i vestiti nuovi dell’imperatore”? Moltissimo.
La narrazione ha inizio con i toni del racconto per l’infanzia, con Margherita che si presenta al lettore: “I miei genitori mi hanno chiamata Margherita, ma io amo essere chiamata Maga o Maghetta. I miei compagni di scuola, ironizzando sul fatto che non sono proprio snella, a volte mi chiamano Megarita; mio nonno, che è un po’ arteriosclerotico, mi chiama Margheritina, ma a volte anche Mariella, Marisella oppure Venusta, che era sua sorella. Ma soprattutto, quando sono allegra mi chiama Margherita Dolcevita”.
Margherita è parte di una famiglia un po’ strampalata: una madre che, da quando ha smesso di fumare sigarette, fuma in maniera virtuale per compensare la mancanza e ha la mania per i bollini della spesa e per le appassionanti vicende della soap Eternal Love; un padre spelacchiato col riporto e un magazzino pieno di oggetti vecchi e rotti che ama riparare; un fratello maggiore ultras tutto calcio, brufoli e ormoni; un fratello minore genietto inventore innamorato della prof di matematica. Infine un nonno che trangugia benzina e borotalco per prepararsi a eventuali tentativi di avvelenamento nei suoi confronti e balla il tango tutte le notti con una donna fantasma. Dimenticavo Pisolo, cane soggetto a stati di “coma psicopisolico” per via di traumi infantili. Ovviamente è una storia popolata di nomi improbabili: Giacinto, Erminio, Socrate…
Un circo di macchiette in apparenza, un tipico quadro familiare nella realtà dei fatti, giacché tutti abbiamo personalità variegate e personali manie. Se un giorno decidessi di mettermi a raccontare della mia famiglia, potrei dar luce ad un best seller.
La realtà di Margherita però, con l’arrivo dei nuovi vicini, comincia a cambiare. La famiglia Del Bene(mai nome fu più diabolico), anch’essa corredata di nomi pittoreschi quali Frido o Labella, con la perfezione della sua aria biobonificata igienizzata, si insinua nell’esistenza di queste persone cambiandole, fino a robotizzarle e omologarle ad uno standard fisso.
Mentre suo padre smette di riparare biciclette e indossa un parrucchino, la madre fagocita pastiglie anticellulite davanti ad un megaschermo e il fratello maggiore diventa accanito sostenitore della squadra avversaria, la protagonista, aiutata dal fratello minore e dal nonno, unici che come lei assistono con orrore al mutamento in atto, lotta per non farsi ingoiare dall’onda di follia e di capire cosa abbia portato gli adulti all’auto-annientamento.
Come concetto, ricorda la battaglia di Bastian contro l’avanzata del Nulla su Fantasia, ne “la storia infinita” di Michael Ende.
Sul finale il racconto assume caratteri vagamente fantascientifici che esplodono in un’inaspettata tragedia. Volendo arrivare al punto, a mio avviso, l’autore si è un po’ fatto prendere la mano.
Benni con quest’opera ha voluto lanciare un messaggio contro la perdità di personalità e di radici a cui il mondo di oggi va pericolosamente incontro. Per quanto eccessivamente iperbolizzata, non significa che la sua sia un’intuizione sbagliata.
Un capitolo conclusivo emblematico e contorto che ho deciso di smettere di rileggere con cocciutaggine, in quanto ogni volta vi trovo una nuova possibile interpretazione.
La storia è arricchita di risate e condotta col linguaggio diretto tipico di Benni, che però, qualche volta, scade in qualche volgarità gratuita di troppo.
In ogni caso, un libro da leggere. Un diverso ma importante spunto di riflessione.

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Ho scoperto Schnitzler attraverso il teatro. Dell’esistenza di quest’opera in paricolare sono arrivata a conoscenza grazie ad uno degli esperti della casa d’aste in cui lavoro, un singolare individuo (siamo tutti piuttosto singolari lì dentro; e meno male, dico io!) spesso capace di parlarti di tutto tranne che dell’argomento che gli hai sottoposto. E’ durante uno dei suoi “tutto” che ho carpito questo titolo dall’aria accattivante. Suonava decisamente bene e non ha deluso. Grazie J, sei stato utile.
Doppio Sogno, forse più noto come “Eyes wide shut”, opera ultima di Stanley Kubrick. E’ proprio dall’opera di Schnitzler che il famoso regista ha tratto ispirazione per il film che ha visto come protagonisti Tom Cruise e Nicole Kidman. Una volta letto se ne capisce il motivo.
Si raccontano le vicissitudini che una coppia di sposi appartenente alla classe borghese di Vienna , Fridolin e Albertine, affronta nell’arco temporale di due giorni.
Il libro si apre con un’immagine dolce e rassicurante: una bimba che si addormenta mentre, alla sera, legge un racconto in compagnia dei genitori. Le loro mani si intrecciano nell’accarezzare il capo della loro piccola assopita; si sorridono teneramente.
L’immagine idilliaca da famiglia del Mulino Bianco ha però la durata di una pagina. Accade qualcosa, i due si confessano a vicenda di “tentazioni” ricevute dall’esterno durante una vacanza in Danimarca, e progressivamente si allontanano, nel corso della narrazione, per poi ritrovarsi sul finale, quando, vicini l’uno all’altra, escono dal sogno ed iniziano un nuovo giorno.
Al centro del romanzo appunto un “doppio sogno”: quello vero e proprio di Albertine, dalle sfumature terribilmente reali, e l’esperienza vissuta da Fridolin, così surreale da sembrare una visione.
Su questo parallelo tra sogno e realtà si concentra l’attenzione dell’autore. Cosa c’è di vero in un sogno? Che cosa rappresenta? Che cosa vi cerchiamo? Quanto è importante l’immaginazione?
Dopo la reciproca rivelazione, Albertine sogna di tradire il marito, che a sua volta, ancor più dopo esser venuto a conoscenza del sogno di lei, cerca di tradirla nella vita reale, senza però riuscirvi.
Perché un uomo tradito nell’immaginario, vuole rispondere con un tradimento materiale? Tornando alle domande sopra espresse, si direbbe che allora, i due piani, immaginario e reale, abbiano importanza più o meno equivalente. Perché però non riesce a portare il suo intento a compimento?
Inconfondibile l’influenza freudiana, non solo per il tema centrale e la sua accurata analisi, ma anche per lo studio del rapporto di coppia, delle pulsioni nascoste e della sessualità.
Un romanzo interessante, di natura prettamente psicologica, così come altre opere dello stesso autore, quali il sottotenente Gustl o Girotondo, dove alcuni dei personaggi non hanno neppure un nome.
Ciò che è importante non sono i fatti in sé per sé, ma come questi sono vissuti dai protagonisti.
Breve ma complesso. Complesso ma bello.

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ADORO.
Uno dei miei libri preferiti. Semplice, intelligente, ben scritto… DIVERTENTE.
Poi è talmente piccolo che si presta perfettamente a periodiche riletture.
129 pagine dense di risate e allegria.
Il fulcro dell’opera è facilmente intuibile: il bar, o meglio una sua sottoclasse, il “bar sport”.
Esso è come un piccolo universo, popolato da una fauna caratteristica e quantomeno pittoresca.
L’autore si impersona cronista e ci descrive la vita che si svolge al suo interno, con i suoi episodi più salienti. Ci racconta le storie dei dipendenti perché, no, Cinno (il fattorino), “non si diventa da un giorno all’altro”. E come allora? Beh, lasciate che sia Stefano Benni a svelarvelo!
Il bar sport è fatto di oggetti tipici come possono essere il flipper, l’insegna, ma soprattutto è fatto di persone, singolari avventori che con la loro presenza lo rendono un posto speciale, degno di essere il protagonista di un libro. Questi soggetti sono tutti ben riconoscibili: il professore, il tecnico, il nonno da bar, armato di cravatta, e poi lui, l’incubo del barista, il bambino del gelato.
Cosa c’è di straordinario in questo? Tutto. Perché Benni, da vero scrittore, va oltre l’apparenza. Fa quello che noi tutti, con i ritmi frenetici che la vita e la società ci impongono, non abbiamo mai il tempo di fare: osserva. Ed è così che scopre il teatro comico che si naconde dietro un luogo apparentemente normale.
Un “bar sport” è un qualsiasi bar, ma lo è anche un un ufficio, un negozio, un qualsiasi posto che riunisca più esseri umani insieme.
Vita. E poi uno sguardo ironico, ma attento ad ogni dettaglio e un po’ di fantasia sono gli unici ingredienti di cui quest’uomo ha avuto bisogno per scrivere la sua storia. Al tutto in realtà aggiunge anche un discreto bagaglio culturale, che fa sempre la sua differenza.
Avete mai sentito la storia di Cenerutolo? Beh, è una tipica favola da bar…

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Ohiohi.
Si me ne rendo conto, non è molto professionale come termine però… Ohiohi.
Un bidone. ‘Na sola. Il meglio che riesco a esprimere è: “piacevole come un trancio di pizza ai funghi inzuppato nel caffelatte appena sveglio alle 5.30 di mattina. Continua a essere poco elevato come linguaggio, ma almeno rende l’idea.
“la solitudine dei numeri primi.” Un titolo non bello, sublime, in assoluto uno tra i migliori in cui mi sia imbattuta in vita mia. Peccato solo che il genio si sia esaurito lì.
Quando, durante una delle mie incursioni in libreria, mi ci si è posato sopra l’occhio, è stato come se mi fossi infilata l’anello del potere: con occhio iniettato di follia l’ho abbrancato come Gollum, sibilando “il mio tesssssooooro” tra i denti.
E’ stata l’unica volta in cui, invece di affidarmi all’istinto, mi sono lasciata sedurre da un titolo. Non lo farò mai più.
Deprimente sotto ogni aspetto. La storia non è che un barbaro resoconto di due vite tormentate. I protagonisti, Alice e Mattia, sono amorfi, privi di una qualsiasi personalità. Talmente poco interessanti che gli enormi drammi in cui sguazzano mollemente non suscitano alcuna compassione o tristezza. A fine libro anzi diventi quasi insofferente nei loro confronti. Lo afferma una che si emoziona non solo a veder morire la mamma di Bambi, ma anche il primo germoglio primaverile.Si trattano quindi temi importanti e delicatissimi in maniera rozza e superficiale.
Unità di tempo e di spazio non si sa cosa siano. Il linguaggio non arriva alla terza elementare e la punteggiatura è stata posizionata così come si lancia una manciata di coriandoli a carnevale.
Quando ho scoperto che ha vinto il premio Strega ho osservato un minuto di silenzio.
Quando mi hanno detto che ne stavano girando il film sono scappata urlando.

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