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Archive for settembre 2012

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“Gatsby believed in the green light, the orgastic future that year by year recedes before us. It eluded us then, but that’s no matter—to-morrow we will run faster, stretch out our arms farther… And one fine morning –

So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past.”

Non credevo che sarebbe successo ma, come dice il saggio, “mai dire mai”.

Una volta tanto, ho apprezzato molto più la versione cinematografica che il libro stesso. Possibile?

Non credo che la colpa sia da riporre nella lingua. Ho infatti affrontato il testo in inglese, ma mi sono trovata davanti ad un linguaggio estremamente semplice e lineare, tanto da poter affermare con sicurezza di non essermi persa nulla.

Il romanzo ha, a mio parere, un andamento ascendente. Mi spiego.

L’inizio è piuttosto anonimo, privo di guizzi, in certi punti anzi, prende proprio una piega noiosa. La tentazione sarebbe quella di rinunciare. “Grazie Fitz, un’altra volta magari. Forse non sono pronta”. Ma poi ha il sopravvento l’orgoglio: perché farsi scoraggiare da un libro che non raggiunge le 200 pagine? Sia mai! In oltre ci sarà pure un motivo per il quale è annoverato tra i capolavori della letteratura americana. Abbindolata dalla perfetta logicità di quest’ultimo ragionamento, vai avanti.

[N.B. Ricorro all’uso del femminile perché sono una “signora” e riporto la mia personale esperienza]

Proseguendo con la lettura, questa si fa più accettabile, comincia davvero a succedere qualcosa, il che ti porta ulteriormente avanti, fosse solo per la forza della curiosità.

Ma sono i capitoli finali quelli che valgono la pena del viaggio. Intensi e drammatici quanto mai ti si saresti aspettata. Finalmente emerge lo scopo dello scrittore, finalmente i caratteri, fino a pochi momenti prima poco interessanti, si rivelano e regalano emozioni.

Un finale ineluttabile come il destino; ecco il vero capolavoro dell’opera di Fitzgerald.

Nonostante il tedio iniziale, fin da subito Jay Gatsby appare sulla scena come una figura intrisa di mistero ed emanante un fascino magnetico.

Al principio non è che un nome sulla bocca di tanti, quasi una leggenda. La sua prima apparizione la fa solo tramite la propria ombra tra gli alberi. Poi l’incontro, quasi casuale, con Tom, la voce narrante. Ma è durante il finale che si svela in tutto il suo essere: un uomo grande, elegante nel vestire come nei modi di fare, fragile e ingenuo come i suoi sogni e le sue aspettative. Non si può fare a meno di amarlo e compatirlo, nella sua ostinata fede verso le proprie illusioni.

Mi è oggi chiaro perché sia stato affidato a Robert Redford il difficile compito di portare questo complesso personaggio sul grande schermo.

Il modo di scrivere dell’autore è elegante e poetico quasi quanto il suo protagonista e il mondo del quale fa parte, fatto di feste, grandi palazzi, luci e vestiti sgargianti, in un’atmosfera anni ’20, va detto, talmente perfetta da essere quasi respirabile.

Concludendo, nel suo complesso, ammetto che questo libro è stato per me una delusione, ma è vero anche che non lo è stato in maniera totale, perché, quando tutto sembrava perduto, ha saputo inaspettatamente conquistarmi.

Una nuova rivisitazione cinematografica del dramma di Gatsby è attesa nel giro di pochi mesi; in essa Robert Redford sarà sostituito dal non certo meno grande Leonardo Di Caprio e Carey Mulligan prenderà il posto di Mia Farrow. Chissà cosa quel pazzo visionario di Baz Luhrmann sarà riuscito a leggere tra le pagine di questo vecchio (ma neanche troppo) classico…

[Intanto ammirate qua sotto i due protagonisti “uscenti” in tutta la loro beltade e magnificenza 😉 ]

 

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…Ma prima di vivere con gli altri, bisogna ch’io viva con me stesso: la coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza.

Si tratta di un acquisto recente, uno dei rari casi in cui non ho fatto attendere il libro tra gli scaffali di camera , prima di “percepire” che il suo momento era arrivato.

Quando l’ho visto in libreria, la sua copertina era abbracciata da una di quelle linguette di carta che di solito si usano per indicare la vittoria di un premio Strega o di qualche altro riconoscimento letterario. Un po’ quello che si fa anche con le persone: a miss Italia danno la fascia per indicare che lei è la più bella. Una sorta di monito, insomma, per indicare che quel testo è “superiore”.

In questo caso (per quanto sia stato vincitore del premio Pulitzer nello stesso anno di uscita) però la linguetta dichiarava che la lettura di tale libro è consigliata nientemeno che da Barack Obama.

Il perché l’attuale presidente degli Stati Uniti sia legato all’opera di Harper Lee è di facile intuizione, dato che il tema centrale è il razzismo nei confronti della gente di colore. E i pregiudizi in generale.

Quello che però rende importante questo libro, accanto al suo fulcro narrativo, è, come giustamente mi ha fatto osservare mia madre, la data di pubblicazione, il 1960.

All’epoca era infatti ancora in atto la segregazione razziale, il che significa che il punto di vista dell’autrice e l’enorme successo da lei avuto, rappresentano un grande piccolo passo in avanti nella storia.

E’ una delle letture più semplici che io abbia mai affrontato (dove il termine “semplice” non è sinonimo di “facile”), eppure una delle migliori e delle più sentite.

Tom Robinson, uomo di colore, viene accusato di violenza sessuale nei confronti di Mayella Ewell, una ragazza bianca e poco istruita.

La parola di un negro non ha valore contro quella di un bianco, qualunque cosa si dica, ma l’avvocato Atticus Finch decide di combattere lo stesso questa battaglia persa in partenza.

La mossa vincente usata da Harper Lee, è stata quella di affidare la narrazione e la trattazione di un tema tanto importante e delicato (ribadisco, ancor più a quell’epoca) ad una bambina, Jean Louise “Scout” , figlia di Atticus.

La piccola Scout ci racconta la vicenda vista dall’interno, ma attraverso lo sguardo dell’innocenza.

Se si mette un adulto a confronto con un altro adulto, per aprire lui gli occhi, nel 90% dei casi il risultato sarà nullo, in quanto troppo pieno di sé per anche solo prendere in considerazione il fatto che le cose possano essere diverse da come lui le pensa.

Solo un bimbo è in grado di svelare che “il re è nudo”, nonostante tutti gli abbiano raccontato che porta addosso meravigliose vesti e che per un po’ vi abbia anche creduto.

“Il biuo oltre la siepe” è anche un meraviglioso vecchio film in bianco e nero vincitore dell’oscar come miglior film nel 1962, in cui uno straordinario Gregory Peck riesce, senza bisogno di virtuosismi interpretativi, a rendere a pieno la grande forza morale dell’uomo, dell’avvocato e del padre che è Atticus Finch, conquistandosi anche lui un meritato premio oscar come miglior attore.

“Vuoi dire che se non difendi quell’uomo, Jem e io potremmo non darti più retta?”
“Più o meno.”
“Perché?”
“Perché non potrei più pretenderlo da voi. Vedi Scout, a un avvocato succede almeno una volta nella sua carriera, proprio per la natura del suo lavoro, che un caso abbia ripercussione diretta sulla sua vita. Evidentemente è venuta la mia volta. Può darsi che a scuola tu senta parlare male di questa faccenda, ma se vuoi aiutarmi devi fare una cosa sola: tenere la testa alta e le mani a posto. Non badare a quello che ti dicono, non diventare il loro bersaglio. Cerca di batterti col cervello e non con i pugni, una volta tanto… È una buona testa, la tua, anche se è dura a imparare!”
“Atticus, vinceremo la causa?”
“No, tesoro.”
“Ma allora, perché…”
“Non è una buona ragione non cercare di vincere sol perché si è battuti in partenza,” disse Atticus.”

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