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“A Storm of Swords” è il terzo libro appartenente alla saga de “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” e che la Mondadori, nella versione italiana, ha sezionato nei tre volumi “Tempesta di spade”, “I fiumi della guerra” e “Il portale delle tenebre”.

Il titolo, piuttosto ingannevole, porterebbe a pensare ad una prosecuzione della trama fortemente incentrata sulla guerra in atto tra le varie casate dei Sette Regni, quella che ha avuto inizio con la morte di Re Robert Baratheon e la decapitazione pubblica di Ned Stark.

Di fatto però la guerra, pur continuando a essere combattuta, più che da protagonista, fa da sfondo ad una moltitudine di vicende che potremmo impropriamente definire “minori”.

Impropriamente perché attraverso le vicissitudini a cui va incontro ogni singolo protagonista, l’autore complica il quadro generale ai limiti dell’immaginabile.

Ancora? Possibile? Incredibilmente si. E non poco.

Da un punto di vista di ritmo narrativo, il libro è formato da due parti: una  più “quieta”, in cui la narrazione riprende le vicende dal punto in cui erano state lasciate col secondo volume,  mantenendone inalterato l’andamento.

Si approfondiscono ulteriormente i caratteri di alcuni personaggi (che Martin ha saputo rendere straordinariamente complessi e interessanti, indipendentemente dalla loro simpatia o dal loro schieramento), viene svelato qualche dettaglio in più sul loro passato.

Poi il cambiamento. Improvviso, brusco, inaspettato.

La seconda parte è come un attacco di follia del suo autore; una continua esplosione di colpi di scena tali da lasciare il lettore in uno stato confusionale, in cui altalena tra il bisogno spasmodico di andare avanti con la lettura e sapere altro, e la necessità di fermarsi, prendere una pausa per metabolizzare ciò che è appena accaduto.

Il tutto culminante in un finale che lascia attoniti anche i più fantasiosi.

Un Martin sempre più sorprendente e crudo, tanto da arrivare talvolta a esagerare, sforando nella volgarità gratuita e non necessaria.

Spietato nei confronti dei suoi personaggi, scrive come se non si fosse minimamente affezionato a nessuno di loro. Con la potenza e l’arroganza di una divinità pagana, gioca con le loro sorti, li mette continuamente alla prova.

Dopo avergli fatto scalare montagne di difficoltà e averli quasi annegati in oceani di disperazione, li porta fino sull’orlo di un baratro e lì, dall’alto della sua potenza di scrittore, li osserva, decidendo se dare un’ultima spinta o permettere che abbiano ancora una parte in questo spietato “gioco del trono”.

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CAOS, puro caos.

E’ così che “Il regno dei lupi” e “La regina dei draghi”, terzo e quarto libro della saga de “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” secondo Mondadori, in realtà un unico volume (“A clash of kings”) nell’edizione originale, potrebbero essere riassunti.

La morte di Robert Baratheon, sovrano dei Sette Regni innesca un perverso meccanismo di caotica e folle lotta per il potere che dilaga come un’epidemia di peste. Colpisce tutti, in maniera indiscriminata, annebbiando le menti, rompendo vincoli familiari, di amicizia e lealtà. Genera odio, tradimento, sangue, inganni, violenza, perversione. Morte. E sembra destinata solo ad aumentare.

In questo nuovo capitolo della straordinaria saga partorita dalla mente di George R. R. Martin non c’è spazio per l’amore. I lord del sud, del nord, dell’est e dell’ovest aspirano solo a sedersi sul trono di spade e a dominare sugli altri. Ed ecco che spuntano re come funghi dopo la pioggia:re Joffrey, re Stannis, re Renly, re Robb e, perchè no, re Balon.

Stark e Tully contro Lannister, Baratheon contro Baratheon, Greyjoy contro Stark alla conquista del nord… Solo per citare alcuni degli infiniti schieramenti. I Lannister, dal momento che sono naturalmente privi della capacità di rendersi popolari, sono odiati da tutti, ma questo non è un motivo sufficiente per rendere amiche ed alleate le altre casate. Per l’ebrezza della corona, si sopportano anche gli antipatici.

In mezzo a tutto questo macello, anche i Bruti cominciano ad organizzarsi per partecipare a questo party esclusivo. Dopo un’intera esistenza a vivere selvaggiamente nei territori oltre la barriera, hanno anche loro una gran voglia di conquistarsi una bella fetta di torta. Per la gioia dei Guardiani della notte, che non vedevano l’ora di movimentare un po’ le proprie gelide giornate.

Chi non può permettersi di sperare nella posizione di dominio assoluto, cerca di accaparrarsi comunque un ruolo di rilievo. Questi individui mettono la propria spada a disposizione di colui che sembra essere il più forte e il favorito dalla sorte, pronti a cambiare idea e bandiera non appena questa decida di abbandonare il suo protetto.

E’ questa l’umanità che l’autore ci presenta, poche sono le eccezioni e, in gran parte dei casi, queste non raggiungono la maggiore età.

Lord Eddard Stark, primo cavaliere del re, ed unico con senso dell’onore e della giustizia abbastanza forti da poter tentare la risoluzione di questa drammatica situazione, è morto, decapitato per il capriccio di quel piccolo concentrato di perfidia che è Jeoffrey Lannister. I suoi figli, dispersi in diverse parti del regno, devono affrontare ciascuno un’immane battaglia, saltando a piè pari quella fase della vita chiamata infanzia, che non spetta più neanche a Rickon.

Il caos genera caos e l’espressione di tutta questa cattiveria risveglia antichi e pericolosi poteri e creature che si ritenevano esistere ormai solo nelle fiabe della vecchia Nan.

Evento, tutto sommato, necessario anche da un punto di vista prettamente narrativo, giacché l’intento dell’autore era quello di scrivere un fantasy, mentre, per la maggior parte del tempo, sono tipici esemplari di homo sapiens che se le danno di santa ragione ad essere protagonisti.

Completamente incoerenti i titoli italiani: non esiste nessun regno dei lupi e “regina dei draghi” non è che un appellativo con cui la gente al di là del mare usa riferirsi a Daenerys.

Abbiamo lasciato la giovane Kaleesi “madre” dei tre draghi nati dalle uova schiuse dal calore delle fiamme della pira del suo Khal Drogo, ma questo non basta a renderla una potente regina. Le sue uniche forze, oltre a queste creature mitiche ma appena venute al mondo, sono il fedele ser Jorah e i suoi guerrieri di sangue. Il resto del suo Khal è costituito per la maggior parte da vecchi, donne e bambini. Sono molte anche le difficoltà a cui deve andare incontro l’ultima dei Targaryen. Fortunatamente, non sono il carattere e la forza d’animo a mancarle.

Il finale è chiaramente aperto, per generare la giusta suspance che invoglia a proseguire la lettura. Aperto e amaro; si ha come l’impressione di veder morire Ned Stark per una seconda volta.

Dopo il successo ottenuto con “A game of thrones”, Martin convince ancora, di nuovo ha conquistato il mio favore ed il mio entusiasmo.

Ma la saga continua, alla prossima puntata.

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Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto…”

D’accordo questo è Ariosto ed io ho dichiarato di parlare de “il trono di spade”,ma gli ingredienti capaci di far sognare un lettore sono sempre gli stessi, nella capacità di uno scrittore di rimaneggiarli sta la nascita di una nuova succulenta ricetta.

Adoro il fantasy; sono una gran sognatrice, forse è per questo. Nell’addentrarmi tra le pagine di una nuova opera però sono spesso incerta, perché, quando si ha a che fare con questo genere letterario, nella maggior parte dei casi le opzioni sono due: o è un capolavoro o una schifezza, tanto per essere chiari.

Dopo la fine di Harry Potter e le recenti delusioni legate alle saghe di Eragon e Twilight, il primo originale quanto la versione esselunga dei biscotti Mulino Bianco , una buona idea condannata a morte per coma diabetico causa deviazione verso lo stile romanzi rosa Harmony il secondo, periodicamente vagavo guardinga tra gli scaffali fantasy della libreria senza avere il coraggio di socializzare con nessun nuovo tomo.

Indugia oggi, indugia domani, ecco che ti spunta una nuova e interessante serie tv: “Games of Throne”. Bene, devo ancora vederne una puntata. Perché? Perché sono una persona molto malata. Quando un film o uno sceneggiato sono tratti da un libro, sono impossibilitata a vedere senza prima aver letto.

E’ stato così che un giorno sono partita in missione verso la Feltrinelli, uscendone abbracciata al prezioso volume.

Sono uficialmente una persona felice. Martin mi ha sedotta, rapita, conquistata. Ho rischiato di compromettere l’intero andamento della sessione estiva all’università per aver fatto l’errore di cominciare la lettura durante il periodo di preparazione degli esami.

Il trono di spade anzitutto non è un fantasy a tutto tondo, il che lo rende adatto anche a chi non va matto per bacchette magiche e mondi incantati. Lo potrei definire come un romanzo di avventura avente una lieve componente sovrannaturale, non lo so. Quello che è certo è che il tono è più leggendario che magico.

Il vero centro di quest’opera sono le passioni umane, in particolar modo tutte quelle che si originano quando gli uomini, bambinoni megalomani che non sono altro, si mettono giocare al “gioco del trono”. La ricerca di potere insomma. Quale novità. Neanche quando diventiamo prodotti di fantasia riusciamo ad essere originali. Ma torniamo a noi.
Il trono di spade, stavo dicendo, non è tanto un fantasy, quanto un grosso seggiolone da re formato dalla fusione di tante e tante… (suspance) … Spade. Ebbene si. Nonostante l’intuibile scomodità (pare addirittura che qualcuno, sedendo con eccessiva naturalezza, ci abbia rimesso le penne), sono molti quelli che aspirano a poggiarvi regalmente il deretano per dominare sui Sette Regni. Risultato: guerre, tradimenti, complotti, alleanze… Prendetevi un momento per stupirvi.
A dispetto della piega ironica presa dal mio parlare, è un libro che merita di essere letto e, stavolta, sono seria.
Particolare l’impostazione strutturale data dall’autore: i titoli dei capitoli non sono costituiti da frasi riferite ad un qualche accadimento che andrà a verificarsi al suo interno, ma dai nomi del personaggio principale. In questo modo non vi è un singolo protagonista, ve ne sono invece molteplici.
Del resto nessuna grande storia si regge sulle gesta di uno solo. Cosa avrebbe fatto Frodo Baggins senza l’aiuto del fido Sam, o se gli altri membri della compagnia dell’anello fossero rimasti a Gran Burrone a prendere il sole, invece di compiere ognuno la propria missione? Sauron se lo sarebbe fatto flambé e sarebbe stato padrone indiscusso della Terra di mezzo. Pagine del libro? Trenta.
Parte della capacità narrativa di Martin sta nella pazienza che ha avuto nell’immaginare ogni dettaglio del mondo che ha creato e di popolarlo di personaggi dai caratteri complessi. Non solo: a tale mondo ha dato anche una storia, delle fondamenta per ciò che va a raccontare.
I buoni non solo solo buoni così come i cattivi non sono solo cattivi. Eddard Stark è un uomo d’onore, integerrimo, leale. Sua figlia Sansa è la prova che un buono stupido può far danno almeno quanto un cattivo intelligente. E ancora, Jon, figlio bastardo di lord Eddard, combattuto tra l’amore per la sua famiglia e la consapevolezza di non poter esserne completamente parte. Per citarne alcuni. Ognuno attore del grande dramma generale e allo stesso tempo di quello personale.
Del male l’autore ci offre ogni aspetto. Cercei Lannister è pura perfidia femminile: sottile, macchinatrice, falsa, manipolatrice. Suo perfetto complementare il fratello Jamie, brutale, violento, istintivo, insensibile. Lo ying e lo yang della crudeltà.
E Tyrion, terzo fratello, mai del tutto classificabile in una categoria piuttosto che nell’altra e per questo tra i più interessanti.
Probabilmente, se e quando un giorno dovessi decidere di rileggerlo, vi scoverò chissà quali difetti, ma, al momento, sono entusiasta e decisa a scoprire in che modo Martin sia capace di attorcigliare ulteriormente cotanto groviglio.

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