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978880617948MED “MISERABILE“.

Una parola che non è solo un titolo, ma è la pura essenza di tutto il romanzo. Termine che si ripete incessantemente, martellante, pagina dopo pagina. Insegue il lettore, non gli dà pace.

Esso viene usato in tutte le sue possibili accezioni.

Miserabile è una condizione di vita. Miseria è povertà, è scarso valore materiale, ma è anche un connotato morale. Miserabile è un individuo meschino, ma lo è anche un individuo sfortunato, degno di compassione.

Ognuna di queste sfumature dello stesso termine prende vita nel romanzo di Victon Hugo, all’interno del quale si fa personaggio. Miserabile è infatti la povera Fantine,  fanciulla divenuta prostituta per un errore d’amore e condannata dal pregiudizio; lo è anche Javert e pure i terribili locandieri Thenandier e la loro figlia Eponine, e così Marius,  Cosette…  Ciascuno in modo diverso, ma tutti “miserabili“.

Ma è il forzato Jean Valjean ad essere il miserabile per eccellenza . Il protagonista assoluto di questo tormentato resoconto della condizione umana che è l’opera di Hugo, nel corso della sua esistenza, vive e attraversa ogni tipo di miseria.

Egli è un personaggio di estrema intensità e complessità. Uno dei più belli che la penna di uno scrittore abbia mai creato.

Destinato a non trovare mai pace, ogni volta che, non il suo spirito, ma almeno la sua vita, sembra aver trovato una parvenza di stabilità, tutto si sconvolge di nuovo. In eterno conflitto interiore con sé stesso, luce e ombra duellano costantemente dentro di lui, sottoponendolo a prove durissime e incessanti.

A ostacolare (volendo usare un eufemismo) un grande protagonista, Hugo pone un altrettanto complesso oppositore, l’ispettore Javert. Uso il termine oppositore perché ritengo quello di antagonista troppo forte: include una sfumatura di cattiveria che non è propria di questo personaggio. Javert non è cattivo, è inflessibile. Il suo compito è quello di far rispettare le leggi e di punire chi non lo faccia. Nella sua ottica, il reato è reato, non importa quali siano le circostanze in cui avviene. Non esistono per lui sfumature di gravità. Non esistono attenuanti. La legge è un valore assoluto.

La loro è una lotta che va molto al di là della canonica opposizione protagonista – antagonista, dove la separazione tra giusto e sbagliato non è più così netta e il galeotto diventa l’innocente e l’ispettore si fa persecutore.  Pura meraviglia letteraria.

“I miserabili” non è una lettura facile, ma per chi abbia il coraggio di affrontarlo diventa indimenticabile, entra a far parte dell’anima.

Non è facile perché Hugo è pignolo, maniacale nel dettaglio, tanto da mettere in difficoltà il lettore, che non riesce a trovare spazio per la propria immaginazione.

Pignolo e logorroico. Non introduce personaggio, grande o piccolo che sia, senza descriverne minuziosamente tutti gli aspetti fisici e caratteriali, senza raccontarne la storia personale che precede il suo prender parte alla vicenda. Non nomina luogo o evento storico senza dedicargli pagine e pagine di approfondimento.

Accade così che ad un certo punto l’autore decida di lasciare per un po’ di tempo le avventure di Jean Valjan, per condurti a Waterloo ad osservare da vicino lo svolgersi di tale celebre evento.

Quando finalmente abbandoni il campo di battaglia, sono passati ormai abbastanza capitoli da averti convinto di esserti dedicato alla lettura di un trattato sulla vita di Napoleone e il tornare a seguire le vicende del vero protagonista della situazione, invece che quelle del nano più famoso della storia, provoca quasi un attimo di confusione mentale.

Ma per la fortuna dei meno pazienti e dei “faticon”i, il signor Hugo è anche molto ordinato e racchiude le sue amate digressioni all’interno di libri a sé stanti, che permettono di giocare al salto del capitolo.

Non è facile perché ogni pagina è intrisa di umana sofferenza. Eppure, a diversamente da quanto accade per Notre Dame de Paris, alla fine, si riesce a vedere una luce in fondo al tunnel, a fatica, ma la felicità può essere raggiunta.

Imperfetto, come lo sono tutti i capolavori.

Per chi ama leggere, una delle letture più importanti della vita.

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Bridget

Lunedì, uno di quelli grigi e piovosi tipici di novembre, in cui il tuo unico desiderio, per non parlare proprio di istinto, è quello di rimanere in stato letargico, protetta da una soffice tana di piumone. Nel mio caso due piumoni. Superfluo dire che invece ovviamente devi uscire, causa lezione con obbligo di frequenza. Evviva.

Quindi esci: traffico disumano, nonne centenarie a piedi ti superano facendoti le pernacchie. Dopo tempo indefinito, raggiungi la stazione, riesci a prendere il treno, che però non parte. Mentre attendi che il poderoso, moderno mezzo di trasporto si attivi, una ragazza giapponese ti viene in contro con un sorriso a 133 denti porgendoti il suo cellulare rosa. La guardi con aria interrogativa. Continua a sorridere e a porgerti il cellulare, facendo segno di si con la testa. Prendi il telefono e ti ritrovi a dare indicazioni ad un tipo che ti parla mezzo in italiano e mezzo in giapponese. Terminata la singolare esperienza, il trabiccolo finalmente si muove. Arrivi alla fermata del bus per l’università alle 14.06, peccato per la partenza prevista per le 14.05. Bus successivo? Alle 14.45.  Allora decidi di prenderti un caffè per svegliarti e ripararti dalle intemperie. Prima la simpaticissima barista tenta di darti un resto minore di quello che ti spetti, poi ti schiaffa malamente davanti un caffè normale dopo che glielo avevi chiesto macchiato in tazza grande (problemi da italiani).

Quando finalmente arrivi a lezione, te ne sei già persa mezza, hai i pantaloni fradici perché, ehehehehehehe, pioveva a vento, e i tuoi capelli sono in uno stato tale che ti aspetti che da un momento all’altro ti piombi addosso una scimmia urlando “Simba, sei vivo!”

Mi fermo qui.

Molto bene, simpatica ragazza, mi dispiace davvero che tu sia così sfigata, ma non dovevamo parlare di libri?

Il punto è che la forza dell’opera di Helen Fielding sta proprio in questo: non in mirabolanti avventure, intrecci di storie, colpi di scena, o misteri ma nel fatto che è tremendamente facile sentirsi come Bridget Jones. Cioè? Uno sfortunato disastro ambulante.

Bridget infatti non ha niente dell’eroina dei vecchi romanzi che ci piacciono tanto, non ha un carattere costruito e complesso, al contrario.  E’ la pasticciona imbranata che si nasconde in ogni donna.

Ne deriva una lettura semplice ma allegra, perfetta anche per fare un po’ di esercizio di inglese.

Sentirsi come la protagonista è talmente facile che, a quando pare, qualcuno ha cercato di adottare il suo stile di vita, probabilmente nella speranza di trovarsi a rincorrere in mutande nella neve un meraviglioso Colin Firth. Cito il fondo della copertina del libro: “HEALTH WARNING:Adopting Bridget’s lifestyle could seriously damage your healt”.

Cara Bridget, pensa, c’è qualcuno che forse è messo peggio di te!

Film Title: Bridget Jones: The Edge of Reason
*handout*

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Immagine

“Gatsby believed in the green light, the orgastic future that year by year recedes before us. It eluded us then, but that’s no matter—to-morrow we will run faster, stretch out our arms farther… And one fine morning –

So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past.”

Non credevo che sarebbe successo ma, come dice il saggio, “mai dire mai”.

Una volta tanto, ho apprezzato molto più la versione cinematografica che il libro stesso. Possibile?

Non credo che la colpa sia da riporre nella lingua. Ho infatti affrontato il testo in inglese, ma mi sono trovata davanti ad un linguaggio estremamente semplice e lineare, tanto da poter affermare con sicurezza di non essermi persa nulla.

Il romanzo ha, a mio parere, un andamento ascendente. Mi spiego.

L’inizio è piuttosto anonimo, privo di guizzi, in certi punti anzi, prende proprio una piega noiosa. La tentazione sarebbe quella di rinunciare. “Grazie Fitz, un’altra volta magari. Forse non sono pronta”. Ma poi ha il sopravvento l’orgoglio: perché farsi scoraggiare da un libro che non raggiunge le 200 pagine? Sia mai! In oltre ci sarà pure un motivo per il quale è annoverato tra i capolavori della letteratura americana. Abbindolata dalla perfetta logicità di quest’ultimo ragionamento, vai avanti.

[N.B. Ricorro all’uso del femminile perché sono una “signora” e riporto la mia personale esperienza]

Proseguendo con la lettura, questa si fa più accettabile, comincia davvero a succedere qualcosa, il che ti porta ulteriormente avanti, fosse solo per la forza della curiosità.

Ma sono i capitoli finali quelli che valgono la pena del viaggio. Intensi e drammatici quanto mai ti si saresti aspettata. Finalmente emerge lo scopo dello scrittore, finalmente i caratteri, fino a pochi momenti prima poco interessanti, si rivelano e regalano emozioni.

Un finale ineluttabile come il destino; ecco il vero capolavoro dell’opera di Fitzgerald.

Nonostante il tedio iniziale, fin da subito Jay Gatsby appare sulla scena come una figura intrisa di mistero ed emanante un fascino magnetico.

Al principio non è che un nome sulla bocca di tanti, quasi una leggenda. La sua prima apparizione la fa solo tramite la propria ombra tra gli alberi. Poi l’incontro, quasi casuale, con Tom, la voce narrante. Ma è durante il finale che si svela in tutto il suo essere: un uomo grande, elegante nel vestire come nei modi di fare, fragile e ingenuo come i suoi sogni e le sue aspettative. Non si può fare a meno di amarlo e compatirlo, nella sua ostinata fede verso le proprie illusioni.

Mi è oggi chiaro perché sia stato affidato a Robert Redford il difficile compito di portare questo complesso personaggio sul grande schermo.

Il modo di scrivere dell’autore è elegante e poetico quasi quanto il suo protagonista e il mondo del quale fa parte, fatto di feste, grandi palazzi, luci e vestiti sgargianti, in un’atmosfera anni ’20, va detto, talmente perfetta da essere quasi respirabile.

Concludendo, nel suo complesso, ammetto che questo libro è stato per me una delusione, ma è vero anche che non lo è stato in maniera totale, perché, quando tutto sembrava perduto, ha saputo inaspettatamente conquistarmi.

Una nuova rivisitazione cinematografica del dramma di Gatsby è attesa nel giro di pochi mesi; in essa Robert Redford sarà sostituito dal non certo meno grande Leonardo Di Caprio e Carey Mulligan prenderà il posto di Mia Farrow. Chissà cosa quel pazzo visionario di Baz Luhrmann sarà riuscito a leggere tra le pagine di questo vecchio (ma neanche troppo) classico…

[Intanto ammirate qua sotto i due protagonisti “uscenti” in tutta la loro beltade e magnificenza 😉 ]

 

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Avete visto “Un giorno tutto questo dolore ti sarà utile” o letto il libro da cui è stato tratto? Si? Sono contenta per voi, fatemi sapere che ne pensate;  io, al momento, so giusto che esistono.

Prima o poi porrò rimedio a questa mia mancanza (ho visto vagare il libro per la camera di mia madre giusto ieri e ci siamo presentati e cortesemente dati appuntamento per il futuro). Nel frattempo il richiamo mi torna utile per creare un riferimento a cui collegare il nome di Peter Cameron. Peter, non James. Quello è il regista di “Titanic” e “Avatar”.

“Gentili signori Caroline Gund, Arden Langdon, Adam Gund

Ochos Rios (Tranqueras) Uruguay

Signori, mi rivolgo a voi, quali esecutori testamentari della proprietà letteraria di Jules Gund, per chiedervi l’autorizzazione a scrivere una sua biografia”

Omar Razaghi ha ricevuto dall’università del Kansas una borsa di studio perché scriva la biografia di Jules Gund, emblematico  scrittore morto suicida. Si può dire che questo sia l’avvenimento chiave di un libro in cui, in fondo, accade ben poco. Il che è comunque vero solo in parte, dato che, a causa di ciò, la vita di sei persone deraglia dai binari della quotidianità in cui ciascuno si è rinchiuso.

A Cameron non interessano tanto i fatti esterni, quanto i moti interiori che conducono ciascuno dei suoi personaggi ad affrontare il proprio stato, a porsi delle domande e ad avere il coraggio del cambiamento. Suddetti moti originano dalle interazioni che essi stabiliscono tra loro, così diversi eppure così simili per condizione di vita. Un processo velatamente teatrale, come lo stesso Giuseppe Montesano afferma nell’introduzione.

Delicato nel suo modo di scrivere, l’autore non rivela mai niente più dell’essenziale e a fine lettura i suo personaggi sono per noi in gran parte ancora un mistero.

Più di tutti Jules Gund stesso: egli è, anzi è stato, scrittore, fratello, marito, padre e amante, ma come egli abbia realmente vissuto tutti questi aspetti del proprio essere non lo sapremo mai, come non sapremo mai quale turbamento lo abbia condotto al suo finale gesto estremo.

Unico assente della storia, in quanto deceduto precedentemente allo svolgersi dei fatti narrati, Jules pare a volte soppiantare perfino Omar e quasi esserne il protagonista principale. La sua è una presenza costante, fatta di silenzio, di non detto, di mistero.

Un romanzo introspettivo; non toglie il fiato per l’attesa, non sorprende per la potenza della personalità dei personaggi, eppure in grado di catturare e tenere viva l’attenzione. Anche in questo caso, per non più del tempo necessario: un libro moderatamente breve, di facile lettura, interessante.

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Libreria, scaffale delle ultime uscite. Del 1700.
Si perché era nel 1782 quando De Laclos decise di creare un po’ di scompiglio tra i suoi compari della nobiltà francese con questo sua opera dai toni pungenti, attraverso la quale sbatte loro in faccia le proprie ipocrisie e la propria corruzione. L’autore da voce a fatti che tutti sanno verificarsi frequentemente, ma di cui nessuno parla. Perché? Perché non sta bene.
Il visconte di Valmont e la marchesa di Marteuil sono due libertini francesi. Sono stati amanti ed una volta annoiatisi della reciproca “compagnia”, decidono di restare amici, in quanto accomunati dallo stesso vivo interesse: il gioco della seduzione. Mosse da studiare con attenzione, regole ferree, giudici severi… L’intero romanzo stesso è niente meno che un grande gioco di seduzione.
E’ così che si confidano e consigliano in merito alle rispettive avventure. Essi sono complici nel dar vita a complessi intrecci amorosi, se, a suon di sonori colpi di tosse, così li vogliamo chiamare, alcuni dei quali li vedono come protagonisti diretti, altri solo come registi dall’esterno.
I giovani Cécile de Volanges e Raphael Danceny si trovano quindi ad essere come pedine nelle mani di questi signori in cerca di divertimento. Che volete, ognuno ha i suoi hobby. Poveri ricconi annoiati, un po’ di comprensione, per favore!
La forma è quella del romanzo epistolare, ovvero le vicende sono narrate attraverso le lettere che i vari personaggi si scambiano, accuratamente ordinate cronologicamente dall’autore, il quale peraltro dichiara di averle materialmente trovate e di aver voluto pubblicarle, ritenendole egli interessanti.
In tal modo pretende di dare veridicità ai fatti esposti e allo stesso tempo si mette al sicuro da eventuali critiche di natura linguistica. Furbone. Gioco simile a quello che del resto farà Manzoni una cinquantina d’anni dopo.
Cervellotici, perfidi… Perversi. Eppure non se ne può non ammirare l’intelligenza con la quale architettano i loro piani.
Piani dalle conseguenze tremende. Difficile immaginare quanto alcune relazioni possano veramente essere pericolose.

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Quando ho cominciato a leggere questo libro mi è subito venuta in mente Isabel Allende; non perché voglia mettere a confronto i due scrittori, ma perché dal primo istante si è travolti dalla potenza e dalla passionalità della letteratura latinoamericana, con la quale, fino ad ora, ero entrata in contatto soprattutto attraverso la penna magica (anche se di recente un po’ meno) della Allende.
E’ un tipo di scrittura fatta di immagini concrete e dirette fino alla crudezza, che chiama le cose col proprio nome senza bisogno di giri di parole. Eppure poetica.
Le vicende narrate sono sempre il risultato di una fusione di realtà e magia, talmente ben amalgamate da non saperne riconoscere il confine, per quanto apparentemente ovvio esso sia. La concretezza del linguaggio, da me or ora citata, è essa stessa responsabile di rendere credibile l’incredibile.
Passione e istinto sono i caratteri dominanti che scorrono nelle vene dei personaggi che popolano questo tipo di romanzi.
Ma veniamo a noi. Cent’anni di solitudine è la storia della stirpe dei Buendìa. Ciò che accomuna i membri di questa famiglia non è tanto il sangue, quanto il destino: la solitudine.
Boato di stupore, con un titolo del genere, nessuno se lo sarebbe mai immaginato. Ehm, chiusa parentesi.
Per quanto ogni nuovo nato si adoperi per disegnare la propria storia personale, per lasciare un segno del proprio passaggio, finisce col ritrovarsi in una stanza popolata solo di ricordi e fantasmi a tentare di decifrare il senso della propria esistenza, senza riuscire neanche in quest’ultima impresa. Le generazioni si susseguono in maniera tumultuosa senza che però vi sia segno di evoluzione.
Sarà l’ultimo dei Buendìa a trovare infine la chiave di lettura per decifrare le pergamene del vecchio zingaro Melquìades. Pergamene? Melquìades? Chi è mai costui? Accidenti, non ve lo posso mica dire io, quale sarebbe il gusto della lettura altrimenti?
Màrquez narra storie intense e drammatiche di uomini e donne infelici alla continua ricerca di qualcosa.
Non posso dire che sia entrato a far parte dei miei libri preferiti, le corde del cuore sono strane, non sai mai quale dettaglio le faccia vibrare più intensamente di altri. Credo tuttavia sia una di quelle letture fondamentali nell’arco di una vita.
Un testo da Nobel, come quello con il quale l’autore è stato premiato nel 1982.

Una cosa la devo aggiungere: la mania di chiamare i figli col nome del padre ogni tanto mi ha creato non poche difficoltà e qualche attacco di panico. “Oddio… ma di quale Aureliano stiamo parlando?!?!?”, è stata la mia frase topica per questa lettura. Concedendosi qualche attimo meditativo si riesce però a venirne a capo. Dato che però non sono stata la prima cervellona ad incappare in questo problema, su internet sono facilmente reperibili meravigliosi e utilissimi alberi genealogici della famiglia.
Detto ciò, chiudo quest’ultima parentesi, con la quale mi sono abilmente rovinata il finalone ad effetto, e con essa anche il mio commento a quest’opera.

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Ho scoperto Schnitzler attraverso il teatro. Dell’esistenza di quest’opera in paricolare sono arrivata a conoscenza grazie ad uno degli esperti della casa d’aste in cui lavoro, un singolare individuo (siamo tutti piuttosto singolari lì dentro; e meno male, dico io!) spesso capace di parlarti di tutto tranne che dell’argomento che gli hai sottoposto. E’ durante uno dei suoi “tutto” che ho carpito questo titolo dall’aria accattivante. Suonava decisamente bene e non ha deluso. Grazie J, sei stato utile.
Doppio Sogno, forse più noto come “Eyes wide shut”, opera ultima di Stanley Kubrick. E’ proprio dall’opera di Schnitzler che il famoso regista ha tratto ispirazione per il film che ha visto come protagonisti Tom Cruise e Nicole Kidman. Una volta letto se ne capisce il motivo.
Si raccontano le vicissitudini che una coppia di sposi appartenente alla classe borghese di Vienna , Fridolin e Albertine, affronta nell’arco temporale di due giorni.
Il libro si apre con un’immagine dolce e rassicurante: una bimba che si addormenta mentre, alla sera, legge un racconto in compagnia dei genitori. Le loro mani si intrecciano nell’accarezzare il capo della loro piccola assopita; si sorridono teneramente.
L’immagine idilliaca da famiglia del Mulino Bianco ha però la durata di una pagina. Accade qualcosa, i due si confessano a vicenda di “tentazioni” ricevute dall’esterno durante una vacanza in Danimarca, e progressivamente si allontanano, nel corso della narrazione, per poi ritrovarsi sul finale, quando, vicini l’uno all’altra, escono dal sogno ed iniziano un nuovo giorno.
Al centro del romanzo appunto un “doppio sogno”: quello vero e proprio di Albertine, dalle sfumature terribilmente reali, e l’esperienza vissuta da Fridolin, così surreale da sembrare una visione.
Su questo parallelo tra sogno e realtà si concentra l’attenzione dell’autore. Cosa c’è di vero in un sogno? Che cosa rappresenta? Che cosa vi cerchiamo? Quanto è importante l’immaginazione?
Dopo la reciproca rivelazione, Albertine sogna di tradire il marito, che a sua volta, ancor più dopo esser venuto a conoscenza del sogno di lei, cerca di tradirla nella vita reale, senza però riuscirvi.
Perché un uomo tradito nell’immaginario, vuole rispondere con un tradimento materiale? Tornando alle domande sopra espresse, si direbbe che allora, i due piani, immaginario e reale, abbiano importanza più o meno equivalente. Perché però non riesce a portare il suo intento a compimento?
Inconfondibile l’influenza freudiana, non solo per il tema centrale e la sua accurata analisi, ma anche per lo studio del rapporto di coppia, delle pulsioni nascoste e della sessualità.
Un romanzo interessante, di natura prettamente psicologica, così come altre opere dello stesso autore, quali il sottotenente Gustl o Girotondo, dove alcuni dei personaggi non hanno neppure un nome.
Ciò che è importante non sono i fatti in sé per sé, ma come questi sono vissuti dai protagonisti.
Breve ma complesso. Complesso ma bello.

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