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CAOS, puro caos.

E’ così che “Il regno dei lupi” e “La regina dei draghi”, terzo e quarto libro della saga de “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” secondo Mondadori, in realtà un unico volume (“A clash of kings”) nell’edizione originale, potrebbero essere riassunti.

La morte di Robert Baratheon, sovrano dei Sette Regni innesca un perverso meccanismo di caotica e folle lotta per il potere che dilaga come un’epidemia di peste. Colpisce tutti, in maniera indiscriminata, annebbiando le menti, rompendo vincoli familiari, di amicizia e lealtà. Genera odio, tradimento, sangue, inganni, violenza, perversione. Morte. E sembra destinata solo ad aumentare.

In questo nuovo capitolo della straordinaria saga partorita dalla mente di George R. R. Martin non c’è spazio per l’amore. I lord del sud, del nord, dell’est e dell’ovest aspirano solo a sedersi sul trono di spade e a dominare sugli altri. Ed ecco che spuntano re come funghi dopo la pioggia:re Joffrey, re Stannis, re Renly, re Robb e, perchè no, re Balon.

Stark e Tully contro Lannister, Baratheon contro Baratheon, Greyjoy contro Stark alla conquista del nord… Solo per citare alcuni degli infiniti schieramenti. I Lannister, dal momento che sono naturalmente privi della capacità di rendersi popolari, sono odiati da tutti, ma questo non è un motivo sufficiente per rendere amiche ed alleate le altre casate. Per l’ebrezza della corona, si sopportano anche gli antipatici.

In mezzo a tutto questo macello, anche i Bruti cominciano ad organizzarsi per partecipare a questo party esclusivo. Dopo un’intera esistenza a vivere selvaggiamente nei territori oltre la barriera, hanno anche loro una gran voglia di conquistarsi una bella fetta di torta. Per la gioia dei Guardiani della notte, che non vedevano l’ora di movimentare un po’ le proprie gelide giornate.

Chi non può permettersi di sperare nella posizione di dominio assoluto, cerca di accaparrarsi comunque un ruolo di rilievo. Questi individui mettono la propria spada a disposizione di colui che sembra essere il più forte e il favorito dalla sorte, pronti a cambiare idea e bandiera non appena questa decida di abbandonare il suo protetto.

E’ questa l’umanità che l’autore ci presenta, poche sono le eccezioni e, in gran parte dei casi, queste non raggiungono la maggiore età.

Lord Eddard Stark, primo cavaliere del re, ed unico con senso dell’onore e della giustizia abbastanza forti da poter tentare la risoluzione di questa drammatica situazione, è morto, decapitato per il capriccio di quel piccolo concentrato di perfidia che è Jeoffrey Lannister. I suoi figli, dispersi in diverse parti del regno, devono affrontare ciascuno un’immane battaglia, saltando a piè pari quella fase della vita chiamata infanzia, che non spetta più neanche a Rickon.

Il caos genera caos e l’espressione di tutta questa cattiveria risveglia antichi e pericolosi poteri e creature che si ritenevano esistere ormai solo nelle fiabe della vecchia Nan.

Evento, tutto sommato, necessario anche da un punto di vista prettamente narrativo, giacché l’intento dell’autore era quello di scrivere un fantasy, mentre, per la maggior parte del tempo, sono tipici esemplari di homo sapiens che se le danno di santa ragione ad essere protagonisti.

Completamente incoerenti i titoli italiani: non esiste nessun regno dei lupi e “regina dei draghi” non è che un appellativo con cui la gente al di là del mare usa riferirsi a Daenerys.

Abbiamo lasciato la giovane Kaleesi “madre” dei tre draghi nati dalle uova schiuse dal calore delle fiamme della pira del suo Khal Drogo, ma questo non basta a renderla una potente regina. Le sue uniche forze, oltre a queste creature mitiche ma appena venute al mondo, sono il fedele ser Jorah e i suoi guerrieri di sangue. Il resto del suo Khal è costituito per la maggior parte da vecchi, donne e bambini. Sono molte anche le difficoltà a cui deve andare incontro l’ultima dei Targaryen. Fortunatamente, non sono il carattere e la forza d’animo a mancarle.

Il finale è chiaramente aperto, per generare la giusta suspance che invoglia a proseguire la lettura. Aperto e amaro; si ha come l’impressione di veder morire Ned Stark per una seconda volta.

Dopo il successo ottenuto con “A game of thrones”, Martin convince ancora, di nuovo ha conquistato il mio favore ed il mio entusiasmo.

Ma la saga continua, alla prossima puntata.

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“Gatsby believed in the green light, the orgastic future that year by year recedes before us. It eluded us then, but that’s no matter—to-morrow we will run faster, stretch out our arms farther… And one fine morning –

So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past.”

Non credevo che sarebbe successo ma, come dice il saggio, “mai dire mai”.

Una volta tanto, ho apprezzato molto più la versione cinematografica che il libro stesso. Possibile?

Non credo che la colpa sia da riporre nella lingua. Ho infatti affrontato il testo in inglese, ma mi sono trovata davanti ad un linguaggio estremamente semplice e lineare, tanto da poter affermare con sicurezza di non essermi persa nulla.

Il romanzo ha, a mio parere, un andamento ascendente. Mi spiego.

L’inizio è piuttosto anonimo, privo di guizzi, in certi punti anzi, prende proprio una piega noiosa. La tentazione sarebbe quella di rinunciare. “Grazie Fitz, un’altra volta magari. Forse non sono pronta”. Ma poi ha il sopravvento l’orgoglio: perché farsi scoraggiare da un libro che non raggiunge le 200 pagine? Sia mai! In oltre ci sarà pure un motivo per il quale è annoverato tra i capolavori della letteratura americana. Abbindolata dalla perfetta logicità di quest’ultimo ragionamento, vai avanti.

[N.B. Ricorro all’uso del femminile perché sono una “signora” e riporto la mia personale esperienza]

Proseguendo con la lettura, questa si fa più accettabile, comincia davvero a succedere qualcosa, il che ti porta ulteriormente avanti, fosse solo per la forza della curiosità.

Ma sono i capitoli finali quelli che valgono la pena del viaggio. Intensi e drammatici quanto mai ti si saresti aspettata. Finalmente emerge lo scopo dello scrittore, finalmente i caratteri, fino a pochi momenti prima poco interessanti, si rivelano e regalano emozioni.

Un finale ineluttabile come il destino; ecco il vero capolavoro dell’opera di Fitzgerald.

Nonostante il tedio iniziale, fin da subito Jay Gatsby appare sulla scena come una figura intrisa di mistero ed emanante un fascino magnetico.

Al principio non è che un nome sulla bocca di tanti, quasi una leggenda. La sua prima apparizione la fa solo tramite la propria ombra tra gli alberi. Poi l’incontro, quasi casuale, con Tom, la voce narrante. Ma è durante il finale che si svela in tutto il suo essere: un uomo grande, elegante nel vestire come nei modi di fare, fragile e ingenuo come i suoi sogni e le sue aspettative. Non si può fare a meno di amarlo e compatirlo, nella sua ostinata fede verso le proprie illusioni.

Mi è oggi chiaro perché sia stato affidato a Robert Redford il difficile compito di portare questo complesso personaggio sul grande schermo.

Il modo di scrivere dell’autore è elegante e poetico quasi quanto il suo protagonista e il mondo del quale fa parte, fatto di feste, grandi palazzi, luci e vestiti sgargianti, in un’atmosfera anni ’20, va detto, talmente perfetta da essere quasi respirabile.

Concludendo, nel suo complesso, ammetto che questo libro è stato per me una delusione, ma è vero anche che non lo è stato in maniera totale, perché, quando tutto sembrava perduto, ha saputo inaspettatamente conquistarmi.

Una nuova rivisitazione cinematografica del dramma di Gatsby è attesa nel giro di pochi mesi; in essa Robert Redford sarà sostituito dal non certo meno grande Leonardo Di Caprio e Carey Mulligan prenderà il posto di Mia Farrow. Chissà cosa quel pazzo visionario di Baz Luhrmann sarà riuscito a leggere tra le pagine di questo vecchio (ma neanche troppo) classico…

[Intanto ammirate qua sotto i due protagonisti “uscenti” in tutta la loro beltade e magnificenza 😉 ]

 

…Ma prima di vivere con gli altri, bisogna ch’io viva con me stesso: la coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza.

Si tratta di un acquisto recente, uno dei rari casi in cui non ho fatto attendere il libro tra gli scaffali di camera , prima di “percepire” che il suo momento era arrivato.

Quando l’ho visto in libreria, la sua copertina era abbracciata da una di quelle linguette di carta che di solito si usano per indicare la vittoria di un premio Strega o di qualche altro riconoscimento letterario. Un po’ quello che si fa anche con le persone: a miss Italia danno la fascia per indicare che lei è la più bella. Una sorta di monito, insomma, per indicare che quel testo è “superiore”.

In questo caso (per quanto sia stato vincitore del premio Pulitzer nello stesso anno di uscita) però la linguetta dichiarava che la lettura di tale libro è consigliata nientemeno che da Barack Obama.

Il perché l’attuale presidente degli Stati Uniti sia legato all’opera di Harper Lee è di facile intuizione, dato che il tema centrale è il razzismo nei confronti della gente di colore. E i pregiudizi in generale.

Quello che però rende importante questo libro, accanto al suo fulcro narrativo, è, come giustamente mi ha fatto osservare mia madre, la data di pubblicazione, il 1960.

All’epoca era infatti ancora in atto la segregazione razziale, il che significa che il punto di vista dell’autrice e l’enorme successo da lei avuto, rappresentano un grande piccolo passo in avanti nella storia.

E’ una delle letture più semplici che io abbia mai affrontato (dove il termine “semplice” non è sinonimo di “facile”), eppure una delle migliori e delle più sentite.

Tom Robinson, uomo di colore, viene accusato di violenza sessuale nei confronti di Mayella Ewell, una ragazza bianca e poco istruita.

La parola di un negro non ha valore contro quella di un bianco, qualunque cosa si dica, ma l’avvocato Atticus Finch decide di combattere lo stesso questa battaglia persa in partenza.

La mossa vincente usata da Harper Lee, è stata quella di affidare la narrazione e la trattazione di un tema tanto importante e delicato (ribadisco, ancor più a quell’epoca) ad una bambina, Jean Louise “Scout” , figlia di Atticus.

La piccola Scout ci racconta la vicenda vista dall’interno, ma attraverso lo sguardo dell’innocenza.

Se si mette un adulto a confronto con un altro adulto, per aprire lui gli occhi, nel 90% dei casi il risultato sarà nullo, in quanto troppo pieno di sé per anche solo prendere in considerazione il fatto che le cose possano essere diverse da come lui le pensa.

Solo un bimbo è in grado di svelare che “il re è nudo”, nonostante tutti gli abbiano raccontato che porta addosso meravigliose vesti e che per un po’ vi abbia anche creduto.

“Il biuo oltre la siepe” è anche un meraviglioso vecchio film in bianco e nero vincitore dell’oscar come miglior film nel 1962, in cui uno straordinario Gregory Peck riesce, senza bisogno di virtuosismi interpretativi, a rendere a pieno la grande forza morale dell’uomo, dell’avvocato e del padre che è Atticus Finch, conquistandosi anche lui un meritato premio oscar come miglior attore.

“Vuoi dire che se non difendi quell’uomo, Jem e io potremmo non darti più retta?”
“Più o meno.”
“Perché?”
“Perché non potrei più pretenderlo da voi. Vedi Scout, a un avvocato succede almeno una volta nella sua carriera, proprio per la natura del suo lavoro, che un caso abbia ripercussione diretta sulla sua vita. Evidentemente è venuta la mia volta. Può darsi che a scuola tu senta parlare male di questa faccenda, ma se vuoi aiutarmi devi fare una cosa sola: tenere la testa alta e le mani a posto. Non badare a quello che ti dicono, non diventare il loro bersaglio. Cerca di batterti col cervello e non con i pugni, una volta tanto… È una buona testa, la tua, anche se è dura a imparare!”
“Atticus, vinceremo la causa?”
“No, tesoro.”
“Ma allora, perché…”
“Non è una buona ragione non cercare di vincere sol perché si è battuti in partenza,” disse Atticus.”

Avete visto “Un giorno tutto questo dolore ti sarà utile” o letto il libro da cui è stato tratto? Si? Sono contenta per voi, fatemi sapere che ne pensate;  io, al momento, so giusto che esistono.

Prima o poi porrò rimedio a questa mia mancanza (ho visto vagare il libro per la camera di mia madre giusto ieri e ci siamo presentati e cortesemente dati appuntamento per il futuro). Nel frattempo il richiamo mi torna utile per creare un riferimento a cui collegare il nome di Peter Cameron. Peter, non James. Quello è il regista di “Titanic” e “Avatar”.

“Gentili signori Caroline Gund, Arden Langdon, Adam Gund

Ochos Rios (Tranqueras) Uruguay

Signori, mi rivolgo a voi, quali esecutori testamentari della proprietà letteraria di Jules Gund, per chiedervi l’autorizzazione a scrivere una sua biografia”

Omar Razaghi ha ricevuto dall’università del Kansas una borsa di studio perché scriva la biografia di Jules Gund, emblematico  scrittore morto suicida. Si può dire che questo sia l’avvenimento chiave di un libro in cui, in fondo, accade ben poco. Il che è comunque vero solo in parte, dato che, a causa di ciò, la vita di sei persone deraglia dai binari della quotidianità in cui ciascuno si è rinchiuso.

A Cameron non interessano tanto i fatti esterni, quanto i moti interiori che conducono ciascuno dei suoi personaggi ad affrontare il proprio stato, a porsi delle domande e ad avere il coraggio del cambiamento. Suddetti moti originano dalle interazioni che essi stabiliscono tra loro, così diversi eppure così simili per condizione di vita. Un processo velatamente teatrale, come lo stesso Giuseppe Montesano afferma nell’introduzione.

Delicato nel suo modo di scrivere, l’autore non rivela mai niente più dell’essenziale e a fine lettura i suo personaggi sono per noi in gran parte ancora un mistero.

Più di tutti Jules Gund stesso: egli è, anzi è stato, scrittore, fratello, marito, padre e amante, ma come egli abbia realmente vissuto tutti questi aspetti del proprio essere non lo sapremo mai, come non sapremo mai quale turbamento lo abbia condotto al suo finale gesto estremo.

Unico assente della storia, in quanto deceduto precedentemente allo svolgersi dei fatti narrati, Jules pare a volte soppiantare perfino Omar e quasi esserne il protagonista principale. La sua è una presenza costante, fatta di silenzio, di non detto, di mistero.

Un romanzo introspettivo; non toglie il fiato per l’attesa, non sorprende per la potenza della personalità dei personaggi, eppure in grado di catturare e tenere viva l’attenzione. Anche in questo caso, per non più del tempo necessario: un libro moderatamente breve, di facile lettura, interessante.

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto…”

D’accordo questo è Ariosto ed io ho dichiarato di parlare de “il trono di spade”,ma gli ingredienti capaci di far sognare un lettore sono sempre gli stessi, nella capacità di uno scrittore di rimaneggiarli sta la nascita di una nuova succulenta ricetta.

Adoro il fantasy; sono una gran sognatrice, forse è per questo. Nell’addentrarmi tra le pagine di una nuova opera però sono spesso incerta, perché, quando si ha a che fare con questo genere letterario, nella maggior parte dei casi le opzioni sono due: o è un capolavoro o una schifezza, tanto per essere chiari.

Dopo la fine di Harry Potter e le recenti delusioni legate alle saghe di Eragon e Twilight, il primo originale quanto la versione esselunga dei biscotti Mulino Bianco , una buona idea condannata a morte per coma diabetico causa deviazione verso lo stile romanzi rosa Harmony il secondo, periodicamente vagavo guardinga tra gli scaffali fantasy della libreria senza avere il coraggio di socializzare con nessun nuovo tomo.

Indugia oggi, indugia domani, ecco che ti spunta una nuova e interessante serie tv: “Games of Throne”. Bene, devo ancora vederne una puntata. Perché? Perché sono una persona molto malata. Quando un film o uno sceneggiato sono tratti da un libro, sono impossibilitata a vedere senza prima aver letto.

E’ stato così che un giorno sono partita in missione verso la Feltrinelli, uscendone abbracciata al prezioso volume.

Sono uficialmente una persona felice. Martin mi ha sedotta, rapita, conquistata. Ho rischiato di compromettere l’intero andamento della sessione estiva all’università per aver fatto l’errore di cominciare la lettura durante il periodo di preparazione degli esami.

Il trono di spade anzitutto non è un fantasy a tutto tondo, il che lo rende adatto anche a chi non va matto per bacchette magiche e mondi incantati. Lo potrei definire come un romanzo di avventura avente una lieve componente sovrannaturale, non lo so. Quello che è certo è che il tono è più leggendario che magico.

Il vero centro di quest’opera sono le passioni umane, in particolar modo tutte quelle che si originano quando gli uomini, bambinoni megalomani che non sono altro, si mettono giocare al “gioco del trono”. La ricerca di potere insomma. Quale novità. Neanche quando diventiamo prodotti di fantasia riusciamo ad essere originali. Ma torniamo a noi.
Il trono di spade, stavo dicendo, non è tanto un fantasy, quanto un grosso seggiolone da re formato dalla fusione di tante e tante… (suspance) … Spade. Ebbene si. Nonostante l’intuibile scomodità (pare addirittura che qualcuno, sedendo con eccessiva naturalezza, ci abbia rimesso le penne), sono molti quelli che aspirano a poggiarvi regalmente il deretano per dominare sui Sette Regni. Risultato: guerre, tradimenti, complotti, alleanze… Prendetevi un momento per stupirvi.
A dispetto della piega ironica presa dal mio parlare, è un libro che merita di essere letto e, stavolta, sono seria.
Particolare l’impostazione strutturale data dall’autore: i titoli dei capitoli non sono costituiti da frasi riferite ad un qualche accadimento che andrà a verificarsi al suo interno, ma dai nomi del personaggio principale. In questo modo non vi è un singolo protagonista, ve ne sono invece molteplici.
Del resto nessuna grande storia si regge sulle gesta di uno solo. Cosa avrebbe fatto Frodo Baggins senza l’aiuto del fido Sam, o se gli altri membri della compagnia dell’anello fossero rimasti a Gran Burrone a prendere il sole, invece di compiere ognuno la propria missione? Sauron se lo sarebbe fatto flambé e sarebbe stato padrone indiscusso della Terra di mezzo. Pagine del libro? Trenta.
Parte della capacità narrativa di Martin sta nella pazienza che ha avuto nell’immaginare ogni dettaglio del mondo che ha creato e di popolarlo di personaggi dai caratteri complessi. Non solo: a tale mondo ha dato anche una storia, delle fondamenta per ciò che va a raccontare.
I buoni non solo solo buoni così come i cattivi non sono solo cattivi. Eddard Stark è un uomo d’onore, integerrimo, leale. Sua figlia Sansa è la prova che un buono stupido può far danno almeno quanto un cattivo intelligente. E ancora, Jon, figlio bastardo di lord Eddard, combattuto tra l’amore per la sua famiglia e la consapevolezza di non poter esserne completamente parte. Per citarne alcuni. Ognuno attore del grande dramma generale e allo stesso tempo di quello personale.
Del male l’autore ci offre ogni aspetto. Cercei Lannister è pura perfidia femminile: sottile, macchinatrice, falsa, manipolatrice. Suo perfetto complementare il fratello Jamie, brutale, violento, istintivo, insensibile. Lo ying e lo yang della crudeltà.
E Tyrion, terzo fratello, mai del tutto classificabile in una categoria piuttosto che nell’altra e per questo tra i più interessanti.
Probabilmente, se e quando un giorno dovessi decidere di rileggerlo, vi scoverò chissà quali difetti, ma, al momento, sono entusiasta e decisa a scoprire in che modo Martin sia capace di attorcigliare ulteriormente cotanto groviglio.

Libreria, scaffale delle ultime uscite. Del 1700.
Si perché era nel 1782 quando De Laclos decise di creare un po’ di scompiglio tra i suoi compari della nobiltà francese con questo sua opera dai toni pungenti, attraverso la quale sbatte loro in faccia le proprie ipocrisie e la propria corruzione. L’autore da voce a fatti che tutti sanno verificarsi frequentemente, ma di cui nessuno parla. Perché? Perché non sta bene.
Il visconte di Valmont e la marchesa di Marteuil sono due libertini francesi. Sono stati amanti ed una volta annoiatisi della reciproca “compagnia”, decidono di restare amici, in quanto accomunati dallo stesso vivo interesse: il gioco della seduzione. Mosse da studiare con attenzione, regole ferree, giudici severi… L’intero romanzo stesso è niente meno che un grande gioco di seduzione.
E’ così che si confidano e consigliano in merito alle rispettive avventure. Essi sono complici nel dar vita a complessi intrecci amorosi, se, a suon di sonori colpi di tosse, così li vogliamo chiamare, alcuni dei quali li vedono come protagonisti diretti, altri solo come registi dall’esterno.
I giovani Cécile de Volanges e Raphael Danceny si trovano quindi ad essere come pedine nelle mani di questi signori in cerca di divertimento. Che volete, ognuno ha i suoi hobby. Poveri ricconi annoiati, un po’ di comprensione, per favore!
La forma è quella del romanzo epistolare, ovvero le vicende sono narrate attraverso le lettere che i vari personaggi si scambiano, accuratamente ordinate cronologicamente dall’autore, il quale peraltro dichiara di averle materialmente trovate e di aver voluto pubblicarle, ritenendole egli interessanti.
In tal modo pretende di dare veridicità ai fatti esposti e allo stesso tempo si mette al sicuro da eventuali critiche di natura linguistica. Furbone. Gioco simile a quello che del resto farà Manzoni una cinquantina d’anni dopo.
Cervellotici, perfidi… Perversi. Eppure non se ne può non ammirare l’intelligenza con la quale architettano i loro piani.
Piani dalle conseguenze tremende. Difficile immaginare quanto alcune relazioni possano veramente essere pericolose.

Quando ho cominciato a leggere questo libro mi è subito venuta in mente Isabel Allende; non perché voglia mettere a confronto i due scrittori, ma perché dal primo istante si è travolti dalla potenza e dalla passionalità della letteratura latinoamericana, con la quale, fino ad ora, ero entrata in contatto soprattutto attraverso la penna magica (anche se di recente un po’ meno) della Allende.
E’ un tipo di scrittura fatta di immagini concrete e dirette fino alla crudezza, che chiama le cose col proprio nome senza bisogno di giri di parole. Eppure poetica.
Le vicende narrate sono sempre il risultato di una fusione di realtà e magia, talmente ben amalgamate da non saperne riconoscere il confine, per quanto apparentemente ovvio esso sia. La concretezza del linguaggio, da me or ora citata, è essa stessa responsabile di rendere credibile l’incredibile.
Passione e istinto sono i caratteri dominanti che scorrono nelle vene dei personaggi che popolano questo tipo di romanzi.
Ma veniamo a noi. Cent’anni di solitudine è la storia della stirpe dei Buendìa. Ciò che accomuna i membri di questa famiglia non è tanto il sangue, quanto il destino: la solitudine.
Boato di stupore, con un titolo del genere, nessuno se lo sarebbe mai immaginato. Ehm, chiusa parentesi.
Per quanto ogni nuovo nato si adoperi per disegnare la propria storia personale, per lasciare un segno del proprio passaggio, finisce col ritrovarsi in una stanza popolata solo di ricordi e fantasmi a tentare di decifrare il senso della propria esistenza, senza riuscire neanche in quest’ultima impresa. Le generazioni si susseguono in maniera tumultuosa senza che però vi sia segno di evoluzione.
Sarà l’ultimo dei Buendìa a trovare infine la chiave di lettura per decifrare le pergamene del vecchio zingaro Melquìades. Pergamene? Melquìades? Chi è mai costui? Accidenti, non ve lo posso mica dire io, quale sarebbe il gusto della lettura altrimenti?
Màrquez narra storie intense e drammatiche di uomini e donne infelici alla continua ricerca di qualcosa.
Non posso dire che sia entrato a far parte dei miei libri preferiti, le corde del cuore sono strane, non sai mai quale dettaglio le faccia vibrare più intensamente di altri. Credo tuttavia sia una di quelle letture fondamentali nell’arco di una vita.
Un testo da Nobel, come quello con il quale l’autore è stato premiato nel 1982.

Una cosa la devo aggiungere: la mania di chiamare i figli col nome del padre ogni tanto mi ha creato non poche difficoltà e qualche attacco di panico. “Oddio… ma di quale Aureliano stiamo parlando?!?!?”, è stata la mia frase topica per questa lettura. Concedendosi qualche attimo meditativo si riesce però a venirne a capo. Dato che però non sono stata la prima cervellona ad incappare in questo problema, su internet sono facilmente reperibili meravigliosi e utilissimi alberi genealogici della famiglia.
Detto ciò, chiudo quest’ultima parentesi, con la quale mi sono abilmente rovinata il finalone ad effetto, e con essa anche il mio commento a quest’opera.